In qualsiasi organigramma societario, la parola ‘leader’ non compare. Ma essa è scritta nel cuore del gruppo ed è sulla bocca di tutti.

                Il leader non ha un distintivo, ma lo si riconosce subito. E’ come avesse un’ombra d’oro.

Ogni qualvolta provo a rappresentarmi un leader, chissà per quale strana alchimia, l’archivio della memoria manda immediatamente in onda sul suo display le sequenze cinematografiche di un cowboy su un cavallo bianco, con un cappello a falde larghe e sul viso un fazzoletto per proteggersi dalla polvere.

Un personaggio ricorrente dei western classici, prima maniera.

E’ davanti alla carovana che avanza nella prateria. Ha mille occhi e non sta mai fermo. In testa al convoglio scruta l’orizzonte mentre scandaglia le alture ed i fianchi della pista, nell’ intento di evitare spiacevoli sorprese ed eventuali minacce.

Ha fiuto, previene i pericoli.

Di tanto in tanto, contromano, affianca i carri di legno per controllarne lo stato. Nel frattempo si accerta delle condizioni dei pionieri e ne valuta le esigenze. Sa, come dicono gli indiani, “entrare nei mocassini dell’altro come fossero i propri”.

Ha una parola per ognuno. Rinfranca i più accasciati, incoraggia i rinunciatari, affida ai più freschi e determinati il compito di sostenere i suoi sforzi per la buona riuscita del viaggio e l’arrivo alla destinazione.

Ha fascino e ha carisma. E’ coraggioso e non si perde d’animo. Mantiene la calma nella pressione.

Decide le cose da farsi: dove e quando guadare il fiume, concedere una sosta, riprendere il viaggio. Controlla i passaggi più pericolosi, detta il ritmo. Rilancia l’obiettivo e porta a termine la missione per poi riprendere la pista e guidare altri carri alla meta prescelta.

                Il display si spegne sempre con la sua immagine: al galoppo verso un nuovo sogno.

Il pioniere dei leader virtusini fu Leo Leone, il fondatore del gruppo. Innovativo come pochi, inventò un gruppo sportivo senza antenati e senza eredi, che non relegava lo sport nell’ angolo del puro agonismo, ma lo faceva lievito di significativi rapporti umani, tendenti ad includere e mai a separare.

Quell’idea fu un calcio al pallone dei pregiudizi e delle barriere socioculturali.

Poi vennero Nicola e Roberto Palladino. Così diversi e complementari. Le facce di una moneta divisa in due, che si incastrano perfettamente. Insieme generano valore aggiunto.

Abile affabulatore il primo, impeccabile organizzatore il secondo, perfezionista, scrupoloso.

Entrambi custodi gelosi delle regole e dei valori del Gruppo. Le virtù più accreditate: il coraggio di essere impopolari nell’ora della scelta, ma l’onestà nelle decisioni da prendere; la capacità di guardare negli occhi i collaboratori e i ragazzi per tessere relazioni improntate alla lealtà e alla correttezza. Ed infine un’attenzione meticolosa alle sorti del club, come fossero quelle delle proprie famiglie e una dedizione ai ragazzi della Virtus, quasi come fossero figli loro.

Disposti a ritagliarsi le vacanze in ragione delle attività agonistiche programmate. Notti insonni per le preoccupazioni legate al team.

“Dare tutto se stessi” non esprime pienamente il concetto di un’offerta senza prezzo, in nome di un attaccamento nato in gioventù e cresciuto col tempo. Un amore senza altri fini, se non la gioia di dare, sottraendo tempo alla propria famiglia, alla lettura di un libro, alla visione di un film e, addirittura, alla convalescenza dopo una malattia o anche al superamento di un lutto.

Pazzesco, follia pura, lucida e consapevole!

Le dinamiche di un gruppo sempre in febbrile attività hanno portato alla luce leader, in senso lato, che presiedono funzioni nevralgiche  nella struttura societaria.

Sono preziosi animatori ed i sensori più attendibili della condizione del Gruppo. Hanno il controllo costante della situazione, degli umori, degli interessi e delle aspettative di ogni componente.