Francesco Coloccia

LA CAREZZA  DI UN SORRISO

La prima volta che Francesco venne al campo di atletica leggera gli chiesi, porgendogli un disco, come lo avrebbe lanciato. Lo girò e rigirò più volte soppesandolo tra le mani e, dopo un po’, accosciandosi, lo fece rotolare, a mo’ di bocce, lungo la pista. Fu il modo imbarazzante e simpatico di un approccio che, col tempo, gli avrebbe permesso di aprirsi con serena gaiezza e, forse, spensierata tranquillità.

 Si, è vero, non aveva una gran confidenza col gesto atletico, forse perché poco propenso verso una disciplina che lo vincolava a movimenti e gestualità precisi. Lui, ragazzo dai mille pensieri era riuscito però a soprassedere a questa défaillance tecnica, coinvolto sempre più da una realtà sportiva e da una società ancora più accattivanti delle sue tante, fantasiose debolezze.

E stette bene. O per lo meno così sembrò.

Poi, improvvisamente, più nulla. Pare sia andato a Pescara e quindi a Termoli.

Mai avremmo potuto pensare che Francesco, così timido e introverso, sarebbe stato capace di balzare alle cronache in modo tanto eclatante e suscitare tali emozioni. Mai avrebbe potuto lui immaginare di poter procurare tanto dolore e straziare così tanti amici. Oggi c’erano davvero tutti e ognuno avrebbe voluto stringerlo a se e fargli sentire quel calore che forse mai aveva avvertito.

Addio, Francesco. Ora ci sentiamo tutti un po’ responsabili. Colpevoli, forse, per non essere stati capaci di comprenderti appieno, sostenerti nelle tue debolezze, alimentare i tuoi sogni, le tue aspettative. Forse cercavi solo la carezza di un sorriso.

                                                                                                        Roberto Palladino